aya – hexed!


All’inizio non capisci cosa stai ascoltando. È tutto scomposto, instabile, nervoso. Come un software che ha imparato a provare emozioni ma non sa ancora dove metterle. I suoni arrivano a scatti, si piegano, si scontrano, poi si ritraggono di colpo. La voce entra come un pensiero laterale, intima e glitchata, umanissima dentro un sistema che sembra fatto per disorientare.

Non c’è mai un centro. È come camminare scalzi su superfici diverse, in ambienti che cambiano forma appena ci metti piede. Eppure è tutto estremamente corporeo. Si muove. Ti muove. Cassa spezzata, bassi liquidi, sintetizzatori impazziti che sembrano battere all’unisono con qualcosa che pulsa sotto pelle.

È club music solo in apparenza. In realtà è un rito. Una possessione gentile. Un modo di comunicare che non ha bisogno di grammatica. Ogni brano è una stanza diversa: alcune claustrofobiche, altre dilatate, altre ancora come sogni strani che ti svegliano con il cuore accelerato.

C’è caos, sì. Ma è un caos che sa esattamente dove vuole portarti. E se ti lasci andare, scopri che sotto quella superficie tagliente c’è qualcosa di profondamente sensibile, vulnerabile, lucidissimo.

Non è un disco da capire. È un incantesimo. Ti prende, ti smonta, ti ricompone. A modo suo.