Fanciullino - Ultras Timido 2
Tutto sembra trattenuto, come un pugno chiuso da troppo tempo. La voce è asciutta, quasi indifferente, ma dentro scorre qualcosa di bruciante. Ogni strofa è uno sguardo storto, una frase lasciata a metà per non dire troppo. I suoni graffiano piano, ma non smettono: basso secco, chitarra ruvida, una batteria che tiene il tempo con la testa bassa.
C’è un nervosismo quieto che attraversa ogni traccia. Nessuna esplosione, nessun urlo. Solo pressione costante. A tratti sembra post-punk minimalista, a tratti un blues urbano che ha perso ogni romanticismo. Ma anche quando si apre, anche quando entra una melodia che potresti quasi ricordare, qualcosa si ritrae subito dopo. Come se la timidezza non fosse una posa, ma l’unico modo possibile per dire certe cose.
Non c’è nostalgia. C’è consapevolezza. Un modo di raccontare il disincanto senza farne un manifesto, ma lasciandolo sedimentare in fondo a ogni brano. Come certe giornate d’inverno in città: grigie, silenziose, ma con dettagli bellissimi se hai voglia di guardarli.
Alla fine resta addosso quella sensazione che ti danno solo certi dischi: di non sapere bene cosa hai ascoltato, ma di essere sicuro che ti riguarda.