Neoprimitivi - Orgia mistero
Sembra inizi tutto con una visione, o forse con un’allucinazione collettiva. Non c’è forma netta, ma un affollamento di immagini che si rincorrono: sirene elettriche, motorini nel deserto, marce kraut fatte coi piedi scalzi su un marciapiede rovente. La voce non canta, suggerisce – poi si deforma, si frattura, si fa cerimonia. Ogni cosa è movimento, anche quando resta immobile.
Il lato A non ha pause, né esitazioni. È un viaggio che non chiede permesso: entra, prende spazio, e ti lascia lì, a seguire una logica solo interna, fatta di slanci improvvisi, rallentamenti sbagliati, deviazioni cosmiche. Nessun suono è neutro. Nessuna parola è gratuita. Tutto è esatto e insieme ingovernabile.
Poi succede qualcosa. Sul lato B l’aria cambia. I battiti rallentano, le ombre diventano liquide. Tutto si fa più vicino, ma anche più strano. Voci deformate in eco, melodie che sembrano nate da sogni trascritti male, strumenti che suonano come se stessero affondando nel terreno. La tensione non sparisce: si ritira, ma resta a guardare.
Non c’è nostalgia, qui. Non è un gioco di stili, non è un ritorno. È un presente parallelo che brucia lento. Un rito laico celebrato con pezzi di plastica, idee rubate al futuro, fantasmi portati al guinzaglio. È un disco che non si fa amico, ma resta in testa. E ti chiede, senza parlare, di riascoltarlo da capo. Come se non avessi capito. Perché, forse, non hai capito.